Central Asia

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Per poche persone l’Asia Centrale è un luogo ben definito. È di difficile individuazione perfino su una carta geografica, questo almeno fino a quando google, con un click, ci ha regalato l’illusione di essere un po’ tutti esperti cartografi.
Per tanti è un’idea romantica, un luogo dello spirito dove echi di carovane, mercanti, eserciti conducono sui percorsi della Via della Seta.
Oggi di tutta l’antica storia sono rimaste le scorie e qualche frammento di speranza per un futuro migliore. I grandi media non aiutano la comprensione di questo mondo, fatto da teocrazie, da repubbliche laiche, da finte democrazie laiche, da democrazie finto laiche, da dittature. La semplificazione di una realtà complessa crea un minestrone di repubbliche-stan, per lo più ex sovietiche e il pensiero scorre via subito verso talebani, rapimenti, autobombe. I media sfruttano la nostra pigrizia intellettuale, la capitalizzano, fornendo un prodotto approssimato, light e soprattutto poco costoso. Perché mandare inviati nel mondo quando hai Avetrana o Cogne a due passi?
La situazione dell’Asia Centrale è di notevole importanza per tutti gli sviluppi geopolitici futuri. Le Ex Repubbliche Sovietiche sono uscite nel peggiore dei modi dalla dissoluzione dell’URSS e dal crollo finale di un’ideologia liberticida. Ogni repubblica ha cercato un proprio percorso per emanciparsi da questo ingombrante passato. Il Kazakistan, il gigante dell’area, galoppa ad un tasso di crescita del 9-10% annuo. Le enormi materie prime delle quali il paese è provvisto, unite ad una visione a suo modo illuminata sul futuro kazaco, hanno permesso al Presidente Narzabaev di non dover troppo render conto ai suoi concittadini sulla mancanza delle più normali libertà individuali. Capacità ammaliante tanto sviluppata da poter incantare perfino il nostro Ministro degli Interni, a sua insaputa, Alfano. Il caso Shalabayeva dice tanto sulle garanzie costituzionali del Kazakistan, ma anche sulle nostre purtroppo.
Il Kyrgyzstan è il “vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Passa di rivoluzione in rivoluzione, con il rivoluzionario spodestato di turno costretto a fughe notturne in elicottero. Terra povera di tutto, ad eccezione delle bellezze naturali. Cosa che intelligentemente stanno cercando di sfruttare per proporre uno sviluppo sostenibile al paese. Il percorso è però per nulla semplice e disseminato di contraddizioni e passi indietro.
L’Uzbekistan ha trovato in Karimov il padre padrone della patria. Ultimo segretario del PCUz, il partito comunista uzbeco, dopo il fallito colpo di stato nell’Agosto del 1991 avvenuto a Mosca, proclamò l’indipendenza dell’Uzbekistan cambiando nome al partito. Da Comunista a Democratico sostituendo solamente le targhette sopra le porte degli uffici. L’apparato è rimasto lo stesso dell’era sovietica. Il paese ora è uno stato di polizia, dove hanno assunto metà della popolazione per controllare l’altra metà. La via uzbeca alla lotta contro la disoccupazione.
Il Turkmenistan è il più misterioso e meno conosciuto degli “ stan”. Una bizzarra teocrazia istituita da Niyazov e portata avanti dal figlio. Anche qui c’è stata una completa traslazione, nella neonata Repubblica, dell’intera catena di comando sovietica. Ad oggi è uno Stato quasi impenetrabile, disseminato di statue d’oro del Turkmenbashi ( leader dei Turkmeni) Niyazov e testimone colpevole di uno dei disastri ambientali più terribili mai registrati: la morte del Lago d’Aral. Benché in Uzbekistan, il prosciugamento del Lago D’Aral, dovuto alla monocoltura del cotone, ha causato seri problemi ambientali in tutta l’area geografica Turkmenistan compreso.
Il Tajikistan è un avamposto persiano in una regione pressoché tutta a prevalenza turco-mongola. Si considerano i discendenti delle truppe di Alessandro Magno e in qualche caso gli occhi celesti danno l’illusione di una conferma. I 1300 km di confine afghano hanno influenzato la storia recente del paese. Infiltrazioni di cellule terroristiche o traffici di stupefacenti lungo tutta la linea di confine sono state le piaghe che hanno reso il Tajikistan il paese più povero ed instabile tra le ex repubbliche sovietiche.
L’Islam in Asia centrale è arrivato nell’VIII secolo a causa delle invasioni arabe, ma ancor di più grazie ai missionari sufici. Trovando però un radicato substrato animista, l’Islam non è riuscito a penetrare nel profondo delle ancestrali società nomadi locali. Questo, insieme alle politiche di scolarizzazione attuate dall’Unione Sovietica, ha fatto sì che la figura femminile abbia un ruolo completamente diverso da quello riscontrabile in tanti paesi a maggioranza islamica. Ad esempio il tasso di scolarizzazione femminile in Kyrgyzstan è superiore a quello maschile e di conseguenza anche l’accesso delle donne a posizioni lavorative di primaria importanza è superiore a quello degli uomini ( The Global Gender Gap Report 2013 ). La laicità delle istituzioni anche se non democratiche e la dignità del ruolo delle donne potrebbero essere incubatori per uno sviluppo libero e democratico di questa parte del mondo. Ma i problemi ad oggi sono molteplici, non ultimi quelli etnici. Iosif Stalin temendo la potenza culturale, ideologica ed eventualmente militare di una macro area chiamata Turkestan, che andava dal Mar Caspio fino alla Cina, ha disegnato una rete di confini artificiali che hanno stuprato mezzo continente. Si sono create enclavi e tensioni etniche solo per poter controllare più facilmente quell’infinito impero che si era costituito sotto le insegne dell’Unione Sovietica. Tutto ciò ciclicamente porta a scontri tra fazioni con terribili pogrom e crudeli vendette. Ci sono tanti modi per progettare scientificamente un genocidio, non solo quelli che hanno funestato l’Europa nel secolo breve.
Asia Centrale, non più comunisti, non più nomadi, democratici non lo sono mai stati, in piena crisi di identità e di valori, con il rischio concreto di finire tra l’incudine di un fondamentalismo religioso proveniente dalle montagne afghane o dalle province siriane e il martello di un’economia finanziaria predatrice, proveniente dal mondo libero, che però libere considera solo le proprie mani. Le ancora non del tutto sfruttate risorse energetiche (gas, petrolio), la posizione strategica e una diffusa mancanza di diritti civili porterà questa porzione di Asia a ripercorrere le vie del Grande Gioco. Con la flebile speranza, per il bene di tutti, che questa volta le cancellerie delle potenze mondiali abbiano imparato le lezioni ricevute negli ultimi 20 anni in Medio Oriente ed in Africa.

Norman Polselli

Pubblicato nel n° 57 del periodico ” Realtà Nuova”  Giugno-Luglio 2014

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