Irredentismi

Il 18 Settembre del 2014 è stata una data importante per le sorti dell’Europa. Gli scozzesi hanno deciso il loro destino. Il voto, favorevole alla permanenza nel Regno Unito, ha ribadito quello che fu l’Atto di Unione del 1707. La Scozia del diciottesimo secolo già da quasi cento anni condivideva Re e corona con l’Inghilterra. Alla morte di Elisabetta I fu il figlio di Maria Stuarda, Giacomo VI Re di Scozia, a succederle. Diventando in questo modo Giacomo I Re d’Inghilterra. Fu il primo sovrano che unificò sotto lo stesso regno tutte le isole britanniche.
Fino al 1707 la Scozia mantenne nominalmente però la propria sovranità, con un proprio Parlamento. Furono le rovinose conseguenze dello Schema di Darién a condurre gli scozzesi ad accettare quello che per secoli avevano rifiutato, l’unione con l’Inghilterra. Lo Schema di Darién è stato il tentativo da parte della Scozia di entrare nel grande gioco della colonizzazione. Il diciassettesimo secolo aveva visto una sempre più crescente debolezza della Scozia nel confrontarsi con le potenze coloniali. Non aveva una marina commerciale, esportava poco e nulla, le barriere tariffarie imposte dai gradi paesi europei la relegavano ai margini di ogni commercio, tutto questo insieme ad una grave carestia sul finire degli anni ’90, portò il Parlamento Scozzese a deliberare un piano di colonizzazione dell’Istmo di Panama. Malattie, conflitti con le popolazioni indigene, poca conoscenza del territorio e un metodico boicottaggio inglese portarono tutta l’operazione al fallimento. Delle due spedizioni dirette al Golfo di Darién, solo poche decine di persone sopravvissero. Quello che invece sopravvisse fu il debito accumulato per finanziare la colonizzazione. È qui che intervennero gli inglesi, che se ne fecero carico a patto della ratifica scozzese dell’Atto di Unione.
Anche oggi è la questione economica a portare il conto. La Scozia reclama una gestione autonoma del petrolio del Mare del Nord, della pesca e di tante altre attività produttive che secondo i promotori per il “si” all’indipendenza avrebbero portato ricchezza e benessere sociale agli scozzesi. Non è il kilt il feticcio di questo irredentismo scozzese del terzo millennio. È l’accesso all’energia, ai mercati, ai petroldollari la reale motivazione degli eredi di Sir William Wallace. Anche i promotori del “no” hanno usato le catene finanziarie per legare la terra dei Pitti all’Inghilterra. La questione della sorte della Sterlina, dei probabili dazi doganali tra i due nuovi stati, di chi paga il welfare, la sanità, l’apparato difensivo, tutte ragioni altrettanto convincenti rispetto a quelle favorevoli all’indipendenza. Anzi più convincenti, visto l’esito del referendum.
Questa non è solo materia del Regno Unito. Tutta l’Europa è attraversata da continue spinte centrifughe che minano l’esistenza stessa degli stati nazionali. Ogni anno, l’11 Settembre, in Catalogna viene festeggiata la Diada. Il giorno in cui Barcellona cadde nelle mani di Filippo V di Spagna, 1714. Non sono bastati tre secoli per far accettare la cosa ai catalani. Lo scorso 11 Settembre quasi due milioni di persone hanno invaso Barcellona chiedendo l’indipendenza da Madrid. Il governo regionale ha indetto un referendum ritenuto illegittimo dal governo centrale. Sarò la Corte Costituzionale a dover trovare un percorso condiviso. O almeno accettato dalle parti. La Spagna convive anche con la questione basca, momentaneamente passata in secondo piano. Tante sono le regioni europee che chiedono maggiori autonomie, se non proprio l’indipendenza, nei confronti della nazione di appartenenza. E che oggi, dopo il caso scozzese, potrebbero rivendicare le loro pretese con più forza. C’è la questione dei Siculi, non gli abitanti della nostra bella isola, ma il gruppo etnico magiaro in terra rumena. Da anni chiedono al Governo rumeno il ritorno alle autonomie avute nel 1952 e tolte nel ’68. C’è il caso Kosovo che coinvolge tutta la storia recente dei Balcani, Anche Il Belgio, dopo il successo del Nieuw Vlaamse Alliantie (Nuova Alleanza Fiamminga) alle elezioni del 2010, sta affrontando con le Fiandre un problema di autonomia regionale. Più recentemente e più tragicamente la Crimea e la presenza di Russi in Ucraina, ha riportato a galla le politiche di russificazione forzata perpetuate prima dalla Russia zarista e successivamente dall’URSS. Sud Tirolo, Corsica, Sardegna…gli esempi di irredentismi regionali in Europa sono molteplici, ognuno con la sua specificità, ma con elementi in comune. Solitamente questi fermenti politici coinvolgono le regioni più ricche di un paese. Certamente alla base ci deve essere sempre una rivendicazione storica, spesso anche linguistica ed etnica, ma è la ridistribuzione delle ricchezze prodotte all’interno dello stato nazionale il vero casus belli. Caso da manuale l’invenzione recente, primi anni ’90, della “Padania”. Regione che non può rivendicare alcuna storia comune o differenza etnica o uniformità linguistica. Anzi è vero il contrario, storicamente è stato proprio il Nord dell’Italia a fare da motore al Risorgimento. Il residuo fiscale è stata la reale bandiera sotto la quale hanno marciato in questi anni, consapevolmente o meno, i militanti della Lega Nord.
Don Milani, in un’intervista del 1966 dichiarava:
Gli imperialismi? Ci vorrebbero ventimila sammarini per eliminarli. Il mondo cambierebbe radicalmente in meglio, sarebbero protette le culture e le identità. Sostanzialmente sarebbe protetta anche la pace, perché le guerre diverrebbero guerricciole.”
È vera questa tesi? Iniziamo con il dire che teorizzare la disgregazione degli stati nazionali porta ad un rafforzamento delle sovranità sovranazionali come la Comunità Europea. Cosa che va nel verso opposto rispetto all’intento di un rafforzamento delle autonomie e identità locali. Paradossalmente però, è l’esistenza stessa della Comunità Europea che sta alimentando una prospettiva concreta per queste istanze. Senza, gli stati nazionali sarebbero più forti, anche nei confronti delle proprie regioni autonome. Tuttavia è opinione giustamente condivisa che in presenza di giganti veri (USA, BRICS…) avere un’Europa forte è l’unica alternativa al declino. Allora la questione è, può un’Europa formata da micro regioni autonome, da “ventimila sammarini”, da granducati vari, essere autorevole nei consessi internazionali? Oppure sarebbe preferibile un’Europa formata da saldi Stati nazionali che decidono di mettere in comune cultura, storia, diritti, ricerca scientifica, influenze politiche etc etc per fornire ai cittadini di questa comunità uno spazio vitale condiviso, pacificato, prospero e modello a cui ispirarsi anche per altre aree del mondo?

Norman Polselli

Pubblicato nel n° 58 del periodico ” Realtà Nuova”  Settembre-Ottobre  2014

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