L’Europa del Cammino di Santiago

C’è un percorso nella Spagna del Nord, che da più di 1000 anni accompagna i pellegrini di tutta Europa verso la tomba dell’Apostolo Giacomo. Detto il figlio del tuono, indicando così anche una certa irosità del Santo. Manifesta, ad esempio, quando in un villaggio fu rifiutata ospitalità al Cristo. Con queste premesse, ci stupisce poco che Giacomo il Maggiore sia diventato protettore dei pellegrini, dei viandanti e di chiunque si metta sulla strada per avvicinarsi ad un luogo di culto o più semplicemente a se stessi.
Tanti erano i Cammini, ma il più percorso, quello che ha resistito meglio al trascorrere dei secoli è il Francese. Prende il nome dal fatto che proviene dalla Francia, da San Jean Pied de Port. Bassa Navarra, ai piedi dei Pirenei. Da qui, circa 800 km distanziano il pellegrino da Santiago de Compostela. Il luogo dove la tradizione vuole che siano riposte le spoglie di San Giacomo. La direzione da seguire è indicata dalla flecha amarilla, la freccia gialla presente su muri, pietre, alberi, che aiutano il pellegrino a non smarrire la via delle stelle. Altro nome del Cammino di Santiago che nelle notti stellate sembra seguire a terra la direzione della Via Lattea.
Il Cammino attraversa diverse regioni spagnole. La Navarra, la Rioja, la Castilla y Leon ed infine la Galizia. Non solo paesaggi e colori differenti, sapori legati al territorio, per il pellegrino che le attraversa sono un crogiolo di emozioni che rendono unica questa esperienza. Cinque sono le grandi città attraversate dal Cammino, Pamplona, Burgos, Leon, Astorga ed appunto Santiago. Si ha la possibilità di meravigliarsi davanti al maestoso e severo romanico spagnolo. Sono città che trasudano arte e storia. Ma, neanche tanto paradossalmente, sono i piccoli borghi, i ponti dimenticati, i conventi diroccati che solitamente rimangono più impressi nei ricordi del pellegrino. Uno sguardo in una fredda alba sulla meseta, vale più di tante ore spese in qualche museo. Una fontana più di una cattedrale e così via.
Il documento che conferisce lo status di pellegrino è la Credenziale. Un passaporto che da diritto a riposare la sera nelle tante ospitalità pellegrine che si incontrano lungo le antiche strade bianche che solcano la penisola iberica. Ad ogni fine giornata sulla Credenziale viene apposto un sello (timbro), che testimonia la presenza del pellegrino in quel particolare albergue. Alla fine del pellegrinaggio, presentando la Credenziale si ha diritto alla Compostela. Documento firmato dal Vescovo di Santiago che certifica il tuo pellegrinaggio Ad Limina Sancti Jacobi.
Fatta la premessa, quello che possiamo chiederci è se abbia ancora senso fare un pellegrinaggio in pieno terzo millennio.
Davanti a motivazioni religiose il discorso ha subito conclusione. Se una persona ha il dono della fede e sente un bisogno mistico di ripercorrere le vie per Santiago, è normale che lo faccia. Senza per altro dover dare tante spiegazioni. La cosa però che differenzia il Cammino di Santiago da altri pellegrinaggi è anche la sua antica anima laica. Nel 1982 Papa Giovanni Paolo II con non sorprendente lungimiranza politica esortò l’Europa a riconoscere il Cammino di Santiago come fondamenta dell’identità europea. “…L’intera Europa si è ritrovata attorno alla “memoria” di Giacomo in quegli stessi secoli nei quali essa si costruiva come continente omogeneo e spiritualmente unito. Per questo lo stesso Goethe affermerà che la coscienza dell’Europa è nata pellegrinando.” Chi fa il Cammino non può non accorgersi di quanto queste parole erano vere e preziose. Donne e uomini che, pur avendo lingua e cultura differente, spesso anche religione, percorrono la stessa strada produce quel sentire comune, quell’empatia, quella scoperta delle affinità che sono alla base di un’identità. L’identità per avere una sorta di legittimità non deve esser imposta, non deve essere esclusiva, ma deve avere in se una forza attrattiva che modella varie e diverse componenti per creare un’anima condivisa. Il percorso di integrazione lo si nota amabilmente la sera a cena. Non esiste una lingua predominante. Non lo Spagnolo, neanche l’Inglese. I discorsi nascono in una lingua, evolvono in un’altra e hanno termine nella terza. Può venir in mente la lingua parlata dall’ex dolciniano Salvatore ne Il nome della Rosa di Umberto Eco. Però togliendo quel velo di minaccia che nel libro gli altri monaci avvertono ascoltando quella lingua meticcia. Si ha invece la consapevolezza che persone sedute attorno ad un tavolo, se vogliono, possono comunicare. Le scoperte migliori sono quelle ritenute banali un attimo dopo averle vissute.
Sono processi che nulla hanno a che fare con la fretta, con la superficialità, con il sentirsi sempre in ritardo rispetto alla locomotiva della vita. Uno dei doni del cammino è il tempo. Perché serve tempo e spazio ad un pellegrino, o più laicamente camminante, per accorgersi che i cambiamenti che vede attorno a se rispecchiano quelli dentro di se. Possono sembrare concetti arcaici, pescati in qualche codice medievale, invece sono di una modernità unica. Riappropriarsi del proprio ritmo di vita è un privilegio moderno e potente. Che può anche spaventare. Il Cammino di Santiago è come un fiume che non ha fonte in uno spazio fisico, ma l’ha nel tempo, mille anni fa. E di questo fiume ognuno può scoprire la foce che più preferisce. Trovandola, ogni volta, nel proprio cuore.

Norman Polselli

Pubblicato nel n° 56 del periodico ” Realtà Nuova” Marzo-Aprile 2014

GALLERIA FOTOGRAFICA CAMMINO 2007

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