Via della Plata 2009

Si può tornare completamente da certi viaggi?
A volte una parte di te decide di rimanere attaccata a quei luoghi che hanno meravigliato i tuoi sensi e toccato i tuoi sentimenti.    È  questo che fa scattare la nostalgia. Non sono, o non sono solo, i posti, le persone, i colori, gli odori le cose che poi mancano. Quello di cui si ha realmente nostalgia è il se stesso di quella esperienza. Questo è il solo modo con cui riesco a spiegare le motivazioni del mio secondo Cammino. Volevo ritrovare quella parte di me rimasta a vagare nelle mesetas del nord,oppure intenta a scalare il Cebreiro, insomma cercavo le emozioni vissute due anni prima. Ed invece ho trovato molto di più.

 

La Via della Plata è cosa completamente differente dal Cammino francese. Né meglio, né peggio, solo diversa. Il Cammino francese è come un fiume che ti accoglie e ti “spinge” verso Santiago. Basta affidarsi a questo fiume, non fare troppo resistenza, e come per magia ecco comparire le guglie di Santiago. La Plata no,è più un mare in tempesta che ti prende a schiaffi,sembra quasi non ti voglia sui suoi sentieri. Però una volta domata, una volta arrivati alla meta,ti giri e hai la piena convinzione di aver fatto un’impresa.

La Plata con i suoi silenzi, con le sue solitudini,i suoi spazi infiniti è
come un amplificatore delle emozioni. Penso sia quello che più si avvicina ad una droga. Stavo bene,stavo male,ridevo, piangevo,il tutto vissuto con un’intensità tale da prosciugare ogni forza. La Via della Plata è la calzada romana che collegava le due città fondate da Augusto, Augusta Emerita e Asturica Augusta, le odierne Merida ed Astorga. E la senti tutta questa storia,non si può rimanere indifferenti sapendo di ripercorrere le antiche vie usate dai fenici, dalle legioni romane, dagli arabi e ultimi arrivati,più di 1000 anni fa, dai pellegrini verso Santiago.


La cosa strana è che questa avventura stava terminando prima di iniziare, o per essere più precisi il primo giorno. Pedalavo con 47°C all’ombra e l’ombra non c’era. Ora io sono un ciclista di ben poche qualità, ma una di questa è che non vado mai in crisi. Rallento, programmo soste, mi riposo, ma mai arrivo al punto di temere di non farcela, di non arrivare alla meta prefissata. Mai…diciamo mai fino al 30 Luglio 2009. Avevo usato tutti i miei “trucchetti”, avevo rallentato talmente tanto da poter essere benissimo superato a piedi, mi ero riposato,bevevo di continuo.  Niente, la testa mi scoppiava, l’acqua che portavo ogni minuto mi sembrava più calda di un grado, ma la cosa che quasi mi metteva paura è che avevo il fiatone anche da fermo, anche durante le sempre più frequenti pause. La strada era quasi abbandonata, l’ultima macchina era passata più di un ora prima. Nessun segno di civiltà a perdita d’occhio. Ero consapevole che mentalmente avevo alzato bandiera bianca. Se avessi potuto, anche se con mille rimpianti, avrei interrotto lì questa mia esperienza. Sento
un rumore e con la testa china sulla bici,senza sapere chi o cosa fosse, faccio la cosa più coraggiosa di tutto il mio Cammino. Alzo la mano e chiedo aiuto. A volte ci vuole più coraggio per ammettere i propri limiti che intestardirsi per superarli. Era un pickup.  Juan, un ragazzo tifoso del Betis, carica la mia bici e mi porta ad Almaden de la Plata. Mancavano solo 15 km(ne avevo percorsi 50) per arrivare all’albergue de peregrinos,una distanza che in condizioni normali non ritengo degna neanche per scaldarmi. Lì invece mi avevano terrorizzato. Scambio poche parole con Juan, ho la bocca incollata alle bocchette dell’aria condizionata.

La sera, seduto su una panchina della piazzetta del minuscolo e sperduto pueblo andaluso ho avuto la precisa sensazione che avrei completato la Plata. Se avevo superato quel giorno, meravigliandomi davanti alle rovine di Italica,sputando sangue e sudore nei pressi del parco del Berrocal, chiedendo aiuto in uno stato pre-confusionale, spogliandomi delle mie certezze e del mio orgoglio, voleva dire che avrei superato tutte le altre difficoltà. Non potevo sciupare un giorno così speciale. Non mi sbagliavo, dalla mattina successiva stare sulla bici era come stare su un TGV francese, direzione Santiago.

Ogni giorno, con la propria storia, è stato degno di essere vissuto. Potrei raccontare di quando mi hanno chiamato il pellegrino bomberos perché ho aiutato a spegnere l’incendio dell’albergue o di quando ho incontrato la coppia che camminava verso il loro matrimonio o dei ciclopellegrini spagnoli veloci come il vento o del pastore errante in Europa o del mio capitombolo scendendo da Pico de la Dueña o della gentile ragazza pranoterapeuta o del pomeriggio passato a parlare di storia medievale con un insegnante. Nel camminese ovviamente, 60% di spagnolo 20% di italiano 10% d’ inglese e 10% di sorrisi imbarazzati.  Potrei raccontarlo,farei torto però alle altre mille esperienze vissute.

Eh no,riprendendo la domanda iniziale, fortunatamente non si riesce a tornare completamente da certi viaggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *